Patrimoniale sì, patrimoniale no: la storia infinita

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Con il termine “imposta patrimoniale” o anche solo “patrimoniale” si intende un’imposta che non grava su di un flusso che si verifica in un dato periodo di tempo (per esempio, l’Irpef tassa il reddito percepito ogni anno), bensì su di uno stock di ricchezza accumulato anche nell’arco di intere generazioni.

L’imposta patrimoniale può essere reale o soggettiva, ordinaria o straordinaria.


È reale quando colpisce una singola componente della ricchezza di un soggetto (ad esempio le sue proprietà immobiliari), mentre è soggettiva quando colpisce la sua ricchezza complessiva (patrimonio mobiliare e immobiliare). Si distingue anche tra patrimoniale ordinaria e straordinaria. La prima viene pagata con cadenza annuale, solitamente con un tasso relativamente basso (raramente superiore all’1 per cento). La patrimoniale è straordinaria quando costituisce un prelievo occasionale deciso in condizioni di emergenza, quasi sempre di tasso elevato

Nell’attuale situazione economica e finanziaria italiana, si parla sempre più spesso di imposta patrimoniale vista come soluzione per risollevare il nostro Paese e accumulare entrate necessarie a coprire l’elevato debito italiano. Tale imposta trova entusiasti sostenitori e acerrimi oppositori.

Le tesi a favore evidenziano i seguenti aspetti:

1. Si ritiene che l’introduzione di un’imposta patrimoniale possa favorire la perequazione nella distribuzione dei carichi tributari (consumo, reddito, patrimonio) al momento eccessivamente concentrata sui redditi (in particolare da lavoro dipendente).


2. Il patrimonio costituisce più del reddito un indicatore di ricchezza ed è indiscutibilmente un elemento di differenziazione economica e sociale degli individui. Si pensi al vantaggio del proprietario di un’abitazione rispetto a chi (a parità di reddito) deve impiegarne una parte per pagare un canone di locazione. La presenza di un patrimonio, unitamente al reddito, giustificherebbe una diversa idoneità alla tassazione dei redditi stessi.

3. I patrimoni, a differenza dei redditi, sono maggiormente rintracciabili, lasciando poco spazio all’evasione e all’elusione, in quanto ricchezze quali immobili, complessi aziendali, partecipazioni societarie e ricchezze finanziarie sono difficilmente occultabili agli occhi del fisco.

4. Un’aliquota bassa scongiurerebbe “fenomeni di spiazzamento” (fuga di capitali all’estero), nella misura in cui i costi di trasferimento unitamente al rischio di possibili sanzioni indurrebbero gli individui a non modificare le scelte allocative.

5. È un’imposta con un limitato rischio di evasione ed elusione anche se consideriamo la fattispecie delle società di comodo in quanto la base imponibile comprenderebbe le partecipazioni societarie e dunque anche i beni intestati a società e imprese.

6. Attraverso un’imposta patrimoniale si possono recuperare entrate fiscali riguardanti patrimoni formatisi in evasione di imposta.

7. I sostenitori di questa imposta ne chiedono l’introduzione in quanto spingerebbe il contribuente a dichiarare maggiori redditi visto che sarà possibile effettuare controlli incrociati tra patrimoni e redditi da essi derivanti.

8. È un’imposta “efficiente” in quanto incentiva i proprietari ad un utilizzo dei beni in maniera da conseguire redditi tali da garantire il pagamento della relativa imposta.

C’è invece chi ritiene che un’imposta patrimoniale potrebbe peggiorare la situazione. Gli oppositori formulano i seguenti rilievi.

1. E’ un’imposta che favorisce la fuga di capitali all’estero per sfuggire alla tassazione (si tratta di una critica fatta propria dalla Commissione Europea).

2. L’introduzione di un’imposta patrimoniale dà origine alla doppia imposizione del risparmio. Il risparmio deriva da un reddito che è stato già tassato. La patrimoniale tassa il risparmio che è stato impiegato in investimenti patrimoniali.

3. È un’imposta che danneggia la crescita soprattutto se fosse di una tale pesantezza da costringere i proprietari a liquidare parte dei propri patrimoni per pagarla.

In passato un autorevole esponenti del pensiero liberale, Luigi Einaudi, auspicava un’imposta di successione (a tutti gli effetti una patrimoniale) elevata per avvicinarsi, a ogni cambio di generazione, alla “ideale uguaglianza dei punti di partenza” in modo che le successive differenze fossero create dal merito e non dall’eredità. Oggi, ci si accontenta di segnalare, tra le proposte più interessanti, l’introduzione della patrimoniale con un’aliquota significativamente più bassa in relazione della maggiore entità dei redditi dichiarati negli ultimi dieci anni dal titolare del patrimonio”. Cioè meno tasse sul patrimonio per chi dichiara più reddito.

Il rapporto Paying Taxes 2012, realizzato dalla Banca Mondiale per misurare la qualità in termini di semplicità ed efficacia dei sistemi fiscali di 183 economie registra un pessimo piazzamento per il nostro Paese.
È passato dal 128° al 133°posto, tenendo conto di tre diverse variabili: il total tax rate (ossia la pressione fiscale), il numero di adempimenti e il tempo necessario per effettuarli (in ore annuali).

Il sistema fiscale italiano si presenta come un “sistema reddito-centrico”, con una pletora di leggi spesso in contraddizione, continuamente riformato con l’introduzione di nuovi adempimenti nella logica di “stanare gli evasori” mancando poi le “menti” e le “braccia” che dovranno effettuare i controlli.

La patrimoniale potrebbe essere oltre che “una tassa bellissima da pagare” (Tommaso Padoa Schioppa), un’imposta verso la semplificazione del sistema fiscale. Ma c’è chi dice no!