L’intelligenza artificiale sta entrando con decisione negli studi dei commercialisti. A confermarlo è la nuova indagine presentata al Congresso nazionale di Genova, curata dalla Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti insieme a tre università italiane.
Un dato su tutti: oggi il 34,1% dei commercialisti utilizza già in modo consistente strumenti di IA. Tra tre anni, si prevede che la percentuale salirà al 71,9%. Un cambio di passo netto, che spinge la professione a interrogarsi non solo sul “se”, ma soprattutto sul “come” integrare l’innovazione nel lavoro quotidiano.
Dove (e perché) l’IA si fa spazio
Le applicazioni più diffuse riguardano attività operative ad alta ripetitività: gestione delle fatture elettroniche (36,1% degli studi), annotazioni nei registri contabili (23,9%) e, in misura crescente, analisi di bilancio (18,1%). È proprio quest’ultima, secondo le previsioni, l’area destinata a una forte espansione: entro tre anni il 60% dei commercialisti prevede di utilizzare l’IA per supportare le attività di analisi.
Non si tratta solo di efficienza. L’adozione dell’intelligenza artificiale è vista anche come leva per migliorare la qualità dei servizi, liberare tempo per le attività consulenziali e riorganizzare il lavoro dello studio. Il tutto in un contesto in cui cresce la consapevolezza che la trasformazione digitale non è più rinviabile.
Strumenti semplici, scelte complesse
Per ora prevalgono soluzioni accessibili: generatori di testo, traduttori automatici, assistenti virtuali. Ma dietro questi strumenti si nasconde una sfida più profonda: ripensare processi, ruoli e competenze.
Alcuni studi iniziano già a registrare effetti positivi in termini di efficienza interna e motivazione delle persone. Altri intravedono opportunità strategiche: nuovi servizi, attrazione di clientela più evoluta, differenziazione sul mercato.
Una transizione da guidare
Accanto alle opportunità, non mancano i rischi. L’indagine segnala le principali criticità percepite: incertezza normativa, responsabilità per eventuali errori generati dai sistemi intelligenti, possibili danni reputazionali.
Preoccupa anche il divario tra studi: chi ha già iniziato a investire in tecnologie e competenze sarà pronto ad affrontare il cambiamento. Chi resta fermo rischia di rimanere indietro.
È qui che entra in gioco il ruolo delle istituzioni di categoria, chiamate ad accompagnare la transizione con strumenti formativi, indicazioni etiche e sostegno concreto.
La direzione è tracciata
Il messaggio che arriva da Genova è chiaro: l’IA sarà sempre più presente negli studi professionali, ma non potrà sostituire il cuore del lavoro del commercialista. Un cuore fatto di interpretazione, ascolto, fiducia.
La vera sfida non è decidere se adottare l’intelligenza artificiale, ma come farlo senza snaturare la relazione con il cliente e il valore della competenza.
Perché l’innovazione tecnologica può molto, ma non tutto. E la differenza la fa, ancora una volta , la visione del professionista.
Arbias Mucka – Centro Studi CGN
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