Perché mi chiedono 2 euro in più per un pacco dall’estero?

Dal 1° gennaio 2026, chi riceve una spedizione da un Paese extra‑UE può vedersi addebitare un contributo fisso di 2 euro. Non si tratta di un errore, né di una tassa nascosta, ma di una nuova regola introdotta in Italia per coprire i costi amministrativi legati allo sdoganamento delle merci.

È una misura pensata per rendere più sostenibile il crescente flusso di pacchi provenienti da piattaforme e‑commerce internazionali e, al tempo stesso, per riequilibrare il rapporto tra venditori esteri e operatori italiani.

Quando​‍​‌‍​‍‌ si paga il contributo da 2 euro

Il contributo viene applicato solo se sussistono tutte e tre le seguenti condizioni:

  • la spedizione proviene da un Paese fuori dall’Unione Europea;
  • il valore dichiarato del pacco non è superiore a 150 euro;
  • la merce soggiace a una pratica doganale, anche semplificata.

Non riguardano dunque le spedizioni intra‑UE né gli acquisti effettuati presso siti con magazzino e logistica all’interno dell’Unione. In questi casi, infatti, il pacco non transita per la dogana italiana e il contributo non è dovuto.

Chi invece acquista su marketplace internazionali, può rinvenirsi a dover corrispondere, al momento della consegna, 2 euro in più, anche per articoli dal valore contenuto.

Come viene richiesto il pagamento

Nel 99% dei casi è il corriere, poste o anche privati, che incassa il contributo per conto dell’amministrazione doganale. Il destinatario paga direttamente all’atto della consegna, oppure può trovarsi il contributo inserito tra i costi di spedizione, qualora l’importatore lo abbia anticipato.

Variabile può essere la gestione, a seconda della tipologia di spedizione e della strategia del venditore. In ogni caso occorre tenere a mente che il contributo non è discrezionale: è previsto dalla legge e va pagato nei casi previsti.

Cosa cambia per chi vende online

Per gli operatori di e‑commerce che importano merci da Paesi terzi il contributo non è affatto un piccolo sovraccarico. Incide almeno su tre aspetti:

  • pricing: occorre decidere se assorbire il costo all’interno del prezzo oppure indicarlo a parte;
  • logistica: è fondamentale scegliere dei partner doganali in grado di gestire correttamente il contributo;
  • comunicazione: occorre informare i clienti in modo chiaro, anche al momento del checkout.

Un contributo di 2 euro può apparire una cosa da poco ma, se mal governato, può diventare sorgente di reclami, dispute e addirittura di carrelli abbandonati all’ultimo step.

Una risposta all’eccesso di micro‑spedizioni

Il contributo è stato introdotto dalla Legge di Bilancio 2026 (art. 1, commi 126‑129) per dare risposta a un fenomeno che non accenna a rallentare: la spedizione, sempre più massiccia, di beni di piccolo valore da Paesi terzi, spesso a colpi di pratiche logistiche aggressive e di fiscalità di sicuro favore.

La gestione doganale di milioni di pacchi l’anno ha un costo anche per lo Stato e con questo nuovo meccanismo parte di tali costi viene ripartita lungo la filiera commerciale o sul consumatore finale.

In prospettiva la misura italiana si colloca in un più ampio perimetro sul quale si muovono diversi Paesi europei e che vede a partire dal luglio 2026 l’Unione Europea introdurre un contributo doganale di 3 euro per le spedizioni di modico valore provenienti da fuori Unione.

Cosa può fare il consumatore

Chi acquista su internet da siti extra‑UE può tutelarsi in modo semplice:

  • leggere con attenzione le condizioni di vendita e di spedizione;
  • preferire dei venditori che dichiarano con chiarezza eventuali costi accessori;
  • conservare gli scontrini e tutta la documentazione per eventuali accertamenti.

Un’informazione trasparente evita fraintendimenti e fa crescere la fiducia nei confronti del venditore, soprattutto in un contesto dove la concorrenza si gioca anche sul ​‍​‌‍​‍‌servizio.

In sintesi

Il contributo di 2 euro sulle spedizioni internazionali non è una tassa sul valore dei beni, ma una misura di equilibrio tra fiscalità e logistica. Serve a coprire i costi pubblici generati dallo sdoganamento e a garantire maggiore equità tra operatori italiani e stranieri.

Per chi vende, è una voce di costo da gestire con attenzione. Per chi acquista, un piccolo importo da conoscere, per evitare equivoci.
In entrambi i casi, la parola chiave è trasparenza.

 

 

 

 

Arbias Mucka – Centro Studi CGN