Quali rischi corre un amministratore che omette sistematicamente il pagamento di imposte e contributi? Secondo la Cassazione, tali comportamenti possono trasformarsi non solo in violazioni tributarie, ma addirittura in una forma di bancarotta fraudolenta impropria quando contribuiscono a creare o aggravare il dissesto della società.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8756 del 5 marzo 2026, torna infatti su un tema particolarmente delicato per amministratori e professionisti: il confine tra cattiva gestione aziendale e responsabilità penale fallimentare.
La vicenda emerge dal fallimento di una società a responsabilità limitata e dalla condanna di alcuni amministratori per bancarotta impropria legata all’omesso pagamento di debiti tributari e previdenziali.
La Suprema Corte ha confermato un principio ormai consolidato nella giurisprudenza: l’omissione dei versamenti di imposte e tributi, quando è sistematica, rilevante e pianificata nel tempo, può assumere una portata ben più grave rispetto alla semplice esposizione debitoria verso il Fisco.
Non si tratta, infatti, soltanto di “non pagare le tasse”. Secondo i Giudici, il problema nasce quando l’inadempimento diventa parte di una gestione societaria improntata all’abuso, alla violazione dei doveri dell’amministratore o a scelte consapevolmente pericolose per l’equilibrio economico dell’impresa.
In questi casi, secondo i Giudici, il mancato versamento di imposte e contributi può rappresentare un vero e proprio meccanismo che alimenta il dissesto aziendale fino a condurre al fallimento.
La pronuncia è interessante anche perché chiarisce un aspetto molto importante: per configurare il reato non è necessario dimostrare che l’amministratore volesse intenzionalmente provocare il fallimento della società.
È sufficiente infatti, che l’amministratore della società, abbia posto in essere condotte consapevoli e che il dissesto aziendale fosse una conseguenza prevedibile del suo comportamento.
La Cassazione evidenzia inoltre che il reato può sussistere anche quando la società si trovava già in difficoltà economica. In altre parole, l’amministratore della società può essere ritenuto responsabile non solo per aver causato il dissesto aziendale, ma anche per averlo aggravato.
Questo passaggio assume un rilievo pratico enorme, soprattutto in tutte quelle situazioni in cui, nella società, si susseguono più amministratori o quando la crisi aziendale era già in corso da tempo.
Nel caso esaminato, i Giudici hanno ritenuto significativo il fatto che uno degli amministratori non avesse mai adempiuto agli obblighi tributari e previdenziali durante la propria gestione, contribuendo all’aumento progressivo dell’indebitamento societario fino alla dichiarazione di fallimento. Un comportamento considerato non episodico, ma parte di una strategia gestionale incompatibile con i doveri imposti dalla legge agli organi amministrativi.
La sentenza rappresenta quindi un ulteriore segnale di attenzione verso le condotte gestionali che, pur non consistendo in sottrazioni dirette di denaro o beni, possono compromettere in modo irreversibile la stabilità finanziaria dell’impresa.
Inoltre, la sentenza ricorda agli amministratori che il mancato pagamento sistematico di imposte e contributi non è più visto soltanto come una criticità fiscale, ma può diventare un indice di responsabilità penale fallimentare.
Antonino Salvaggio – Centro Studi CGN
































