In aumento i controlli del Fisco su Facebook

Negli ultimi tempi, il Fisco ha preso di mira i social network. E così, pubblicare la propria vita su Facebook o su Instagram può attirare le attenzioni degli uomini del Fisco e dei tribunali chiamati a dirimere le controversie tra contribuenti e Agenzia delle Entrate. Come ci si può difendere?

Da un po’ di anni a questa parte, la nostra vita sociale ha smesso di starsene al chiuso tra le quattro mura delle nostre case, per essere condivisa in pubblica piazza nei social network. Tra i social network più diffusi primeggiano Facebook, Twitter, Linkedin e Instagram.


Ma se da un lato, le foto delle ultime vacanze in Thailandia o i post relativi agli ultimi successi ottenuti in campo professionale possono suscitare l’invidia di amici, parenti e concorrenti, dall’altro, si può finire facilmente nel mirino dei controlli del Fisco.

I post pubblicati on line dal contribuente, dal punto di vista giuridico, costituiscono delle vere e proprie confessioni che possono consentire l’avvio di un accertamento fiscale. Le pagine dei social network possono essere infatti riprodotte con qualsiasi mezzo, stampate e portate come prova.

Logicamente, per scoprire gli evasori, non basta soltanto la pubblicazione di un post o di una foto su facebook, ma è necessario che vengano forniti altri riscontri oggettivi. Dal momento che i social network rappresentano una sorta di luogo pubblico (anche se virtuale), i post e le foto postate possono essere utilizzate da chiunque perché non ci sarebbe violazione della privacy. L’Agenzia delle Entrate è quindi legittimata a utilizzare questo materiale come prova contro gli evasori.

Ecco allora che negli ultimi tempi si sono moltiplicati i casi di contribuenti italiani condannati dai tribunali grazie alle foto postate su Facebook o su altri social network. Di seguito diamo evidenza di alcuni degli ultimi casi pubblicati dalla stampa specializzata di settore e che hanno suscitato un discreto interesse.


La sentenza numero 295 del 26 marzo 2015 del Tribunale di Pesaro condannava un imprenditore a pagare alla moglie l’assegno di mantenimento dopo che il tribunale è entrato in possesso di foto postate sui social che vedeva l’imprenditore trascorrere le vacanze a Madonna di Campiglio in prestigiosi hotel a 4 stelle. Peccato però che il reddito dichiarato dall’imprenditore fosse solo di 11 mila euro l’anno.

Altra importante decisione è quella della Corte di Appello di Ancona che, con la sentenza n. 331 del 28 febbraio 2017, condannava un uomo a pagare le spese processuali e gli arretrati dovuti al coniuge a titolo di mantenimento perché gli accertamenti effettuati sul suo profilo Facebook rivelavano che le difficoltà economiche manifestate dall’uomo erano solamente un pretesto per non pagare l’assegno alla moglie. Le foto pubblicate su Facebook evidenziavano tutt’altro tenore di vita!

Un altro caso riguarda la Corte di Appello di Brescia che, con la sentenza n. 1664 del 1° dicembre 2017, condannava un artigiano che lavorava in nero, senza dichiarare nulla al Fisco. Secondo il Tribunale, la documentazione estratta da Facebook dava evidenza di un’attività che molto probabilmente era fonte di redditi non dichiarati dall’artigiano.

I social network sono considerati una piazza immateriale che consente un numero indeterminato di accessi e di visioni, rese possibili dal progresso tecnologico e quindi, chiunque, Agenzia delle Entrate e Tribunali compresi, può attingere da questo luogo virtuale tutte le informazioni necessarie per perseguire illeciti tributari, civili e penali.

 

Antonino Salvaggio – Centro Studi CGN


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